
La compagna istiga, la mamma organizza, insieme compiono il delitto.
E’ la cronaca, da brividi, di quanto accaduto a Gemona (Udine) nelle scorse settimane, con l’epilogo nella notte di venerdì 25 luglio, quando, come ha detto Lorena Venier, “abbiamo fatto qualcosa di mostruoso e abbiamo ucciso Alessandro”. Segandolo – letteralmente, con un utensile per la legna – in tre pezzi e nascondendo i resti in un bidone dell’autorimessa, coperto di calce, comprata apposta su Amazon alcuni giorni prima. E’ la ricostruzione su cui si fonda il quadro accusatorio messo a punto dal sostituto procuratore di Udine Giorgio Milillo.
La data dell’esecuzione – di questo si tratta – era segnata sul calendario da settimane: sabato 26 Venier si sarebbe trasferito definitivamente in Colombia, portandosi dietro la convivente Mailyn Castro Monsalvo e la loro bimba di sei mesi. Doveva fuggire in tempo dall’Italia prima che una condanna per lesioni personali gravi – risalente a molti anni fa, per un episodio extra familiare – diventasse definitiva, facendogli rischiare la galera e impedendogli certamente l’espatrio. Le due donne erano terrorizzate.
Secondo quanto ha riferito Lorena Venier, “la vita di Mailyn era in pericolo: o agivamo subito oppure all’estero, senza di me, l’avrebbe finita”. Le violenze sulla compagna, infatti, erano all’ordine del giorno. Pestaggi durissimi, che per fortuna hanno sempre risparmiato la neonata – alla presenza della quale l’uomo frenava la sua ira – che tuttavia ha vissuto in una condizione di forti tensioni familiari. E’ stata Mailyn, quando ha capito che il processo di ritorno nel proprio Paese d’origine sarebbe stato irreversibile, a proporre l’azione criminale: “Dobbiamo ucciderlo prima”. La suocera ha iniziato i preparativi del delitto, ben conscia delle difficoltà che ci sarebbero state anche per disfarsi del corpo, ma speranzosa di poter sfruttare come scusa per la scomparsa definitiva dalla circolazione del figlio questo viaggio in Colombia, annunciato agli amici.
La cronaca della notte degli orrori – iniziata con l’ennesimo alterco per la cena e la tavola non preparati dall’uomo, che si era anche scagliato contro la madre, rea di rifiutarsi di accompagnarli all’aeroporto il giorno seguente – l’ha fornita la dettagliatissima ricostruzione della mamma. “Prima lo abbiamo narcotizzato con un farmaco sciolto in una limonata – ha spiegato la donna agli investigatori – ma era rimasto reattivo. Allora gli ho fatto un’iniezione di insulina, per evitare che si destasse e potesse reagire. Quando siamo state sicure che era in un sonno profondo, abbiamo provato a soffocarlo, solo che non ci siamo riuscite a mani nude.
E’ a quel punto che Mailyn ha preso i lacci delle sue scarpe e lo ha finito”. Il Gip ha ascoltato le parole della donna e ha convalidato l’arresto, disponendo per lei la custodia cautelare in carcere. Per la nuora ha invece accolto la richiesta della difesa e l’ha posta all’Icam (Istituto a Custodia Attenuata per Madri) ospitato nel carcere femminile di Venezia: le sue condizioni psicofisiche per il momento impediscono il ricongiungimento con la figlia, che resta affidata ai Servizi sociali. Per la piccola c’è stata una vera mobilitazione con richieste di affido o adozione da tutta Italia. Non sarà necessario: i genitori e una sorella della 30enne colombiana si sono resi disponibili a prendersene cura.
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