
Era la diva più attesa alla Mostra del Cinema di Venezia e non ha deluso: Julia Roberts, per la prima volta al Lido con un film, After the Hunt di Luca Guadagnino (fuori concorso) nella sua lunga giornata tra fotografi, giornalisti e fan ha mostrato carisma, classe, una professionalità da ‘militante’ di Hollywood e un tocco di humour.
Nel film, che affronta anche il tema del #metoo, la star è Alma, stimata docente di filosofia a Yale che si ritrova ad affrontare un trauma e alcune scelte del passato, quando un collega e caro amico, Henrik (Andrew Garfield), viene accusato di molestie sessuali da una studentessa, Maggie (Ayo Edebiri), una delle più brillanti allieve di Alma. A chi chiede alla diva premio Oscar se pensi che il film creerà controversie e sarà considerato politicamente scorretto, lei risponde con ironia: “Amo le domande soft la mattina presto. Non so se ci saranno polemiche e controversie per il film, ma noi sfidiamo le persone affinché si appassionino, si arrabbino anche. Non facciamo dichiarazioni, condividiamo le vite di questi personaggi. La parte più emozionante è che le persone poi ne parlino, perché stiamo perdendo l’arte della conversazione nel nostro tempo”.
Poi sul tappeto rosso (ritardato per la pioggia) spazio al glamour. Arriva in un lungo abito blu con motivi optical e il sorriso smagliante d’ordinanza; circondata da tre guardie del corpo si presta a firmare un po’ di autografi e scattare qualche foto con le tante persone in attesa, per poi riunirsi a Guadagnino (in giacca panna con piccoli fiori) e il resto del cast. Tra i volti di Hollywood ospiti alla proiezione, anche l’attrice Monica Barbaro (nominata all’Oscar quest’anno per A Complete Unknown), compagna di Garfield, che sfila separatamente dall’attore. Anche il concorso ha riportato all’attualità, con due titoli che esplorano il mondo del lavoro da prospettive molto diverse.
Il regista coreano Park Chan-wook, di ritorno in gara a Venezia a vent’anni da ‘Lady Vendetta’, con ‘No Other Choice’ firma un nuovo adattamento del romanzo ‘The Axe’ di Donald E. Westlake. Al centro c’è un manager quarantenne di una cartiera, Man-soo (il Lee Byung-hun di ‘Squid Game’), che ha perso il posto dopo due anni di disoccupazione. Così, disperato, convinto di ottenere un nuovo posto di lavoro adeguato alle sue ambizioni, decide di eliminare tutti i possibili concorrenti. Invece Valerie Donzelli in ‘À pied d’œuvre’, tratto dal bestseller autobiografico di Franck Courtès, segue il protagonista (Bastien Bouillon), un fotografo, anche di un certo successo, separato dalla moglie (Virginie Ledoyen) e con due figli grandi che vivono lontano, che a un certo punto abbandona tutto per dedicarsi alla sola scrittura.
“In Francia ci sono undici milioni di poveri – ha spiegato Courtes – io certo mi sono impoverito perché volevo scrivere, ma la storia che io voglio far capire è quella degli algoritmi in cui non c’è sindacato che tenga e in cui c’è un sistema cinico che non permette alcuna solidarietà. Ci si ritrova isolati in base agli algoritmi, si accetta qualsiasi cosa si è tutti contro tutti”. Un ritorno è anche quello della documentarista Laura Poitras, Leone d’Oro nel 2022 con Tutta la bellezza e il dolore – All the Beauty and the Bloodshed. Stavolta (codirigendo con Mark Oberhaus), in Cover-up (fuori concorso) ha puntato l’obiettivo su uno dei più grandi giornalisti d’inchiesta americani, Seymour M. Hersh, arrivato al Lido insieme ai due autori.
L’idea dei raccontarlo le è venuta nel 2005, “quando ho trovato nel lavoro di Sy una delle rare eccezioni, rispetto al fallimento del giornalismo mainstream nel raccontare quello che accadeva veramente. Mi sentivo così nel 2005, e provo la stessa cosa oggi, mentre assistiamo alla catastrofe di Gaza, all’incapacità della stampa mainstream di raccontarla in modo esaustivo”, sottolinea. E proprio quanto accade in Medio Oriente si riprenderà prepotentemente la scena alla Mostra domani, con la manifestazione che promette di unire centinaia di firme di associazioni e personalità del mondo del cinema.
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