
Nella giornata della manifestazione pro Palestina organizzata al Lido di Venezia da centri sociali e Anpi, alla quale hanno partecipato anche attori come Michele Riondino (che in serata sfila sul red carpet con La valle dei sorrisi), Tecla Insolia e Donatella Finocchiaro (dal cast di ‘Amata’) e Emanuela Fanelli (conduttrice della serata d’apertura e chiusura di quest’edizione), la Mostra del cinema di Venezia ha avuto sotto i riflettori del concorso due cineasti già vincitori del Leone d’oro.
Un regista che ha sempre messo un’anima pacifista e antimilitarista nei suoi film, Guillermo Del Toro, in gara con Frankenstein, l’adattamento dal romanzo di Mary Shelley, con Oscar Isaac e Jacob Elordi, rispettivamente nei ruoli di creatore e creatura. In gara anche un altro autore attento osservatore della realtà, il documentarista Gianfranco Rosi che in Sotto le nuvole firma un ritratto di Napoli in bianco e nero, con la città in bilico tra pericolo, vita, storie, natura che abbraccia e minaccia. Per Del Toro il dovere di realizzare l’adattamento è stato “come autore e persona che si è innamorata del libro e di Mary Shelley, è essere sincero e intimo come è stata lei, tenendo ben presente che il romanzo va negli scaffali e il film sul grande schermo. Nel mio Frankenstein ci sono tanti elementi: la domanda centrale è cosa voglia dire esseri umani in un tempo di tecnologia e informazione sempre più veloce, di guerra intorno a noi”.
Per il cineasta messicano “viviamo in un mondo che ci ha disumanizzato costantemente, ogni giorno, dividendoci in due categorie: puri e terribili. Non c’è dialogo o libertà su cosa significhi essere umani. E il film fa pace con l’imperfezione, con il fatto che si può essere buoni e si può essere cattivi. Le nostre esperienze sono piene di sfumature e ci ricordano cosa significhi essere umani in tutti gli aspetti, compresi gli errori e il perdono”. Gianfranco Rosi ha costruito il suo ritratto di Napoli in Sotto le nuvole come “un viaggio tra spazio, tempo e memoria tra quello che è stata e quello che potrebbe essere Napoli come una sorta di enorme macchina del tempo, una città sospesa dove ogni cosa si trasforma presto in qualcosa d’altro”.
Il documentarista, parlando con i giornalisti, interviene anche sulla mobilitazione per i palestinesi: “Uno dovrebbe vivere a Gaza per capire davvero quello che sta succedendo. Sono totalmente d’accordo con ogni tipo di protesta, ma la mia paura è che è poi tutto finisca qui e che dopodomani prevalga il solito egoismo quotidiano”. Una prospettiva, quella dell’impegno, che da sempre condivide anche Michele Riondino: sin dal photocall per il suo film il thriller horror La valle dei sorrisi di Paolo Strippoli, l’attore è arrivato con una bandiera palestinese sulla cover dello smartphone. Per lui era “un dovere” essere alla manifestazione: “La Mostra è l’occasione per ricordare, sotto i riflettori, chi ogni giorno rischia di morire”. Venendo al cinema, Riondino dà volto a un uomo in lutto nel thriller horror di Strippoli, ambientato in un paesino nascosto in una valle isolata: “Ho fatto questo film con grande piacere perché è una grande metafora del superamento del dolore attraverso l’incontro con un luogo dove tutti sono felici. Tutto questo – sottolinea – rispecchia l’attualità del nostro mondo dove tutti dobbiamo far finta di stare bene e di essere felici, anche se non è così una comunità, un personaggio il mio che rappresenta una comunità”.
In scena anche una riflessione sulle varie facce della maternità in Amata di Elisa Amoruso (alle Giornate degli Autori), con Miriam Leone, Tecla Insolia, Stefano Accorsi, Donatella Finocchiaro, Barbara Chichiarelli. “Volevo mandare un messaggio di grande solidarietà e speranza a tutte le donne che non si sentono pronte ad essere madri – dice all’ANSA la regista -, in fondo quello di lasciare un bambino o una bambina in sicurezza in ‘una culla per la vita’ è un gesto difficile e coraggioso”.
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