
Benyamin Netanyahu è al bivio: a poche ore dall’incontro con Donald Trump dovrà decidere se sposare la linea dell’inquilino della Casa Bianca, sponsor di un piano in 21 punti su cui dice “tutti in Medio Oriente sono d’accordo”, o quella decisamente antitetica dei suoi alleati oltranzisti al governo, i falchi che spingono per l’annessione di Gaza e di pezzi della Cisgiordania con un no deciso alla nascita di una qualsiasi forma di Stato palestinese. In sostanza il contrario di quello che propone Trump.
Sul terreno la situazione ribolle: anche oggi i raid dell’Idf hanno mietuto decine di vittime, almeno 40 i morti, con i militari sul campo che hanno respinto un attacco a colpi di missili anticarro “uccidendo 5 terroristi”, e i tank che avanzano verso il cuore di Gaza City. Un raid però, ha ammonito l’ala militare di Hamas, ha causato la perdita di contatto con due ostaggi in città, il soldato 23enne Matan Angrest e Omri Miran, fisioterapista 48enne. “La vita dei due prigionieri è in serio pericolo”, ha dichiarato la fazione palestinese chiedendo a Israele di ritirarsi dall’area di combattimento e interrompere gli attacchi aerei per 24 ore in modo da poter soccorrere i due rapiti.
Il tema degli ostaggi era risuonato anche in mattinata, quando è andato in scena lo ‘sgarbo’ del falco dell’ultradestra Ben Gvir, che ha portato all’approvazione nel comitato di sicurezza del Parlamento israeliano, Knesset, del disegno di legge che prevede la pena di morte per i terroristi. Una mossa che in molti gli avevano sconsigliato: la normativa “potrebbe avere un impatto negativo sulla situazione degli ostaggi”, ha avvertito Gal Hirsch, il coordinatore per gli ostaggi e i dispersi, nel corso del dibattito in seno al comitato che i media descrivono “turbolento”. L’entourage del premier aveva chiesto a Gvir di procrastinare l’incontro e non procedere alla votazione sul provvedimento, che ora dovrà seguire l’iter parlamentare: “Ho risposto di no, la legge fa parte dell’accordo di governo”, ha detto il ministro in quella che appare chiaramente una forzatura. L’Anp da Ramallah considera la normativa una minaccia a centinaia di palestinesi arrestati nel corso del conflitto, alcuni accusati senza chiare prove.
Intanto, gli occhi sono puntati su Washington: “Abbiamo una enorme opportunità di grandezza in Medio Oriente. Tutti sono a bordo per qualcosa di speciale, per la prima volta in assoluto. lo realizzeremo”, ha scritto Trump alla vigilia dell’incontro con il premier israeliano. Il piano del presidente Usa non sarebbe ancora definitivo, forse per questo Hamas ha voluto sottolineare con un comunicato ufficiale di “non aver ricevuto alcuna nuova proposta dai mediatori” impegnandosi “a studiare ogni proposta con un atteggiamento positivo e responsabile”. E in una intervista a Fox News Netanyahu non si è sbilanciato: “Stiamo lavorando sul piano ma non è pronto”, ha affermato, prima di un nuovo incontro in serata con l’inviato di Trump, Steve Witkoff.
Secondo l’emittente del Qatar al-Arabi infatti, “diversi Paesi arabi hanno suggerito modifiche alla proposta statunitense per porre fine alla guerra a Gaza, tra cui l’attribuzione all’Anp di un ruolo di governo subito dopo la cessazione dei combattimenti” e non alla fine di un percorso di riforme come indicato nel piano Trump. Nella controproposta, frutto di numerose consultazioni nei giorni scorsi, si chiederebbe poi un calendario più preciso per il ritiro israeliano dalla Striscia, che nei 21 punti viene scandito con un generico “graduale” senza orizzonti temporali.
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