
Numerosi coloni israeliani hanno assaltato l’area di Sair, a nordest di Hebron in Cisgiordania, “dando alle fiamme decine di ettari di terra coltivata”. Lo scrive la palestinese Wafa affermando che il “raid è ancora in corso”.
L’esercito israeliano non ci sta a diventare il futuro ‘governo militare’ della Striscia. Lo ha detto chiaro e tondo ai membri del gabinetto di sicurezza riunito da domenica sera fino alle prime ore del mattino di lunedì il capo di stato maggiore Eyal Zamir. Paventando che l’occupazione di Gaza city si estenda poi ai campi profughi della parte centrale dell’enclave costringendo i suoi soldati ad assumere funzioni di cui non hanno intenzione di assumersi la responsabilità.
La tensione, raccontano le indiscrezioni trapelate, si è alzata parecchio sia con il primo ministro che con i leader dell’ultradestra messianica Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich.
Proprio mentre Israele sta aspettando la vendetta degli Houthi, dopo che le gigantesche esplosioni prodotte dai missili di Tsahal giovedì scorso a Sanaa hanno ucciso il premier del gruppo filo-Iran Ahmed al-Rahawi, diversi ministri e alti funzionari.
Il capo di stato maggiore dell’esercito Houthi Muhammad Abdel-Karim al-Ghammar, dato per disperso sotto le macerie tre giorni fa, ha parlato per interposta persona domenica sera facendo sapere a Israele che “si è aperto da solo le porte dell’inferno”. E subito dopo un missile ha preso di mira una petroliera di proprietà israeliana, in acque saudite, senza andare a segno. Dopo qualche ora un drone è stato lanciato contro Israele ma è stato abbattuto prima di raggiungere il confine. Altri velivoli senza pilota carichi di esplosivo sono stati preparati, forse per un attacco notturno, secondo l’intelligence militare.
Intanto misure stringenti di sicurezza sono state prese per Benyamin Netanyahu, il ministro della Difesa Israel Katz e altri funzionari. Nella notte numerosi aerei civili hanno lasciato l’aeroporto internazionale Ben Gurion di Tel Aviv, inducendo a pensare ad una mossa in vista di un attacco, così come era accaduto durante la guerra di 12 giorni con l’Iran a giungo. Non ci sono conferme ufficiali e neppure in relazione all’appoggio a Israele che alcuni Paesi arabi forniranno con la loro contraerea, film già visto ma sempre negato formalmente. Nel frattempo, da Gaza Hamas dichiara che le vittime dei raid dell’Idf sono state 98 e 404 i feriti nelle ultime 24 ore. Tra i morti anche nove persone per malnutrizione, di cui tre bambini.
Numeri che aumentano ogni giorno e che il governo di Gerusalemme impedisce di verificare direttamente sul posto da quando ha chiuso l’ingresso ai giornalisti israeliani e stranieri nella Striscia.
Sulle operazioni dell’Idf nell’enclave, una decisione precisa non è stata raggiunta durante la riunione di gabinetto. I vertici militari e della sicurezza, e il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar, hanno insistito con forza per riportare sul tavolo l’accordo per la liberazione dei 48 ostaggi rimasti nei tunnel, preferendo questa opzione alla conquista di Gaza city. Ma Netanyahu è stato irremovibile. Anzi ha citato le parole del presidente Usa Donal Trump per motivare il suo diniego: “Dimenticate gli accordi parziali sui rapiti. Entrate con tutte le vostre forze a Gaza. Concludete”.
Insomma niente rilasci di ostaggi col contagocce, basta dare credito a mediazioni che non portano da nessuna parte: prendere Gaza e basta. E del resto che la misura sia colma riguado ai palestinesi per l’amministrazione Usa è chiara: domenica sera sul tardi si è appreso di una sospensione radicale delle approvazioni di quasi tutti i tipi di visto per i titolari di passaporto palestinese. Le regole, illustrate in un cablogramma del 18 agosto al Dipartimento di Stato, ad ambasciate e consolati statunitensi, impedirebbero anche a molti palestinesi della Cisgiordania e della diaspora palestinese di entrare in America pure se con permesso non-immigranti: compresi quelli per cure mediche, studi universitari, visite ad amici o parenti e viaggi d’affari.
Almeno temporaneamente.
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