
L’impatto complessivo dei possibili dazi Usa al 15% sommati al dollaro debole è “un po’ superiore al 20%”. Ma è “molto difficile fare una stima sull’impatto” in valore, sapere quanti miliardi perderemo: ogni numero ora è “campato per aria”. Certo è che già in passato ci siamo trovati di fronte ad una forte svalutazione del dollaro e “non è che le nostre esportazioni sono scomparse”: “ci sarà un prezzo da pagare, esporteremo di meno, ma non è un tracollo completo”. Così Carlo Cottarelli, economista e direttore dell’Osservatorio Conti pubblici, intervistato dall’ANSA, analizza il possibile impatto per l’Italia dai dazi americani, coniugati alla situazione del dollaro debole. Per quanto riguarda il dollaro, “se si prende la media dell’anno scorso, c’è un indebolimento dell’8%. Se sommiamo il 15% – che non è proprio il 15 perché l’anno scorso un po’ di dazi c’erano – l’impatto totale è intorno al 21-22%. Ma la difficoltà di fare stime è legata anche al fatto che questa situazione è particolare, perché sono colpiti anche gli altri paesi: gli Usa non è che importano meno dall’Italia per importare di più da un altro paese”, spiega Cottarelli, ricordando che “noi esportiamo verso gli Usa circa 70 miliardi, pari all’11% delle nostre esportazioni totali”. Poi, osserva, “non è che le perdiamo tutte”. C’è poi da dire che abbiamo già sperimentato in passato una tempesta simile. “Ci sono state forte variazioni nel valore del dollaro negli ultimi 20 anni”: “nel 2002 il cambio dollaro/euro era più o meno 1 a 1, cinque anni dopo si era arrivato a 140 dollari per euro, con una svalutazione del 40%. Eppure – osserva Cottarelli – non è che le nostre esportazioni sono scomparse. Quindi – chiosa – ci sarà un prezzo da pagare, esporteremo di meno, ma non è un tracollo completo”.
“Un accordo al 15% non è una cosa buona, è sopportabile. La questione è che ci sono alcune imprese, anche nello stesso settore, tipo il farmaceutico, che esportano il 50% verso gli Usa e altre che esportano zero. Per quelli che esportano molto il colpo sarà più forte”, avverte l’economista, ricordando che i comparti che vendono di più sono “i macchinari, la farmaceutica al secondo posto, prodotti dell’elettronica al terzo, poi i veicoli e i prodotti alimentari, soprattutto i vini”. Cosa dovranno fare allora le imprese? “Diversificare negli sbocchi geografici. Ci vorrà un po’ di tempo. E comunque – fa notare Cottarelli – alcuni prodotti non è che possono essere sostituiti immediatamente dagli americani: nell’immediato è difficile che questo avvenga, non è che possono subito mettersi a produrre la mozzarella di qualità che produciamo noi, quindi l’impatto è diluito nel tempo.
Nell’immediato potrebbero dunque anche continuare a importare a prezzi più alti”. “Inoltre, guardando al passato, le stime disponibili indicano che alla fine i dazi ricadono sul paese che li impone: alla fine questi dazi verranno pagati dalle famiglie e imprese americane, perché noi abbiamo la possibilità di esportare anche in qualche altra parte del mondo. Le imprese italiane possono vendere da qualche altra parte”, spiega Cottarelli. Guardando ai negoziati tra Ue e Usa Cottarelli non vede errori: “No, ovviamente Trump sa che noi siamo divisi e quindi può spingere di più ma questo non è questione di errore nelle trattative, ma una debolezza strutturale dell’Ue con cui dobbiamo convivere”. Certo, “quello che avviene non è confrontabile con lo shock economico del 2009 o con quello del Covid, ma l’importante è che adesso si arrivi ad un accordo che elimini l’incertezza, perché le aziende possono anche aggiustarsi di fronte ad una situazione che è cambiata, ma se continui a essere incerto di cosa succederà diventa difficile aggiustarsi. Abbiamo una struttura produttiva di esportatori di grande qualità e una botta di questo genere, che comunque c’è – conclude -, riusciamo ad assorbirla”.
Riproduzione riservata © Copyright ANSA